La morte di Sasha e Lilli, nell’incendio del container in cui vivevano, al campo rom di via dei Gordiani, periferia est di Roma, è avvenuta il 2 dicembre 2006. Due mesi prima parenti e amici si erano riuniti a celebrare il loro matrimonio. Tre giorni di banchetti, canti e danze: è la festa più amata nella tradizione rom.  Per l’occasione, insieme ad un gruppo di amici, Maria Teresa Bovino e Donatello Conti, avevamo deciso di regalare agli sposini il servizio fotografico e il video del matrimonio. Per tre giorni siamo stati accolti nel campo e abbiamo vissuto un’esperienza di gioiosa condivisione e coinvolgimento.

E’ stata anche un’occasione per conoscere meglio la struttura rituale e simbolica del matrimonio rom, che ci ha meravigliato per ricchezza, complessità e soprattutto per il sentimento di partecipazione collettiva. Altrettanto ci ha sorpreso l’apertura e la capacità analitica che abbiamo riscontrato nel discutere con loro il valore delle tradizioni.

Sono stati giorni lieti che ancora una volta hanno svelato l’umanità e il bisogno di comunicazione che si cela dietro le barriere dei pregiudizi. E giorni lieti sono stati per Sasha e Lilli, che  coronavano finalmente il loro sogno d’amore.

Sasha e Lilli fanno parte di quella schiera di giovani rom nati in Italia da due generazioni per i quali da un lato si è creato il progetto di scolarizzazione, mentre dall’altro viene negato loro il diritto di cittadinanza. La stessa autorità che li protegge da procedimenti di espulsione fintanto che sono minorenni,  riserva loro – al raggiungimento della maggiore età – il trattamento riservato a chi si introduce “clandestinamente” nel territorio italiano.

La situazione di estremo disagio in via dei Gordiani è riconducibile a motivazioni ben precise: mancato accesso al lavoro, alla casa, mancato riconoscimento  per giovani nati e cresciuti in Italia, o arrivati qui in tenerissima età, del diritto di cittadinanza italiana.

Attualmente vi sono una cinquantina di ragazzi che frequentano la scuola fino alla licenza media. Malgrado siano nati a Roma diventano “clandestini” al raggiungimento della maggiore età e solo pochi continuano gli studi superiori non potendo conseguire il diploma a causa delle leggi vigenti.

Assistiamo al dilagare della tossicodipendenza tra i giovani, alle morti per overdose, allo smembramento delle famiglie.

Dopo sette anni di presenza nel campo pensiamo di essere arrivati a conoscere sufficientemente la comunità per poter affermare che la disillusione e la rassegnazione siano dovute alla mancanza di prospettive. In questo contesto abbiamo visto Sasha e Lilli crescere e fare i conti con la dura realtà. Sasha aveva un grande talento per la musica e il calcio, lavorava nel circolo sportivo confinante con il campo, aveva tanti amici nel quartiere ed era tifoso della Roma.

Lilli, fino a qualche anno fa, frequentava il gruppo di danza formatosi nel campo, successivamente ha dovuto occuparsi della famiglia e dei fratelli e di conseguenza abbandonare gli studi.

Si erano sposati e sognavano di trasferirsi in una casa loro ed avere un lavoro. Invece il loro sogno è bruciato dentro un misero container di latta.

Al campo di via dei Gordiani era stato avviato un progetto per costruire case popolari in muratura, per le quali i rom avrebbero pagato affitto e bollette, ma in vista delle elezioni il progetto non venne portato  a termine dall’allora sindaco Rutelli.

Poi, dopo un drammatico incendio che distrusse interamente le baracche del campo, nel marzo 2002, vennero forniti dei container, dopo un inverno trascorso in roulotte. I container sono  malsani e talmente angusti da costringere chi vi abita a costruire baracche attigue, per avere spazi decenti.

Non si capisce la scelta dei container, che hanno avuto un costo enorme e dopo appena quattro anni sono divenuti obsoleti.

Ci sono delle lacune a via dei Gordiani che hanno contribuito alla tragedia di dicembre. La più grave è la mancanza di impianti antincendio. Gli allacci sotterranei ci sono ma, ad oggi, non sono dotati di manicotti e idranti, per cui non si può intervenire in alcun modo per spegnere eventuali incendi. Le istituzioni sostengono di essere in possesso delle ricevute di consegna degli impianti ed alludono alla possibilità che siano stati trafugati e venduti dagli stessi abitanti del campo, mentre i rom sostengono di non averli mai visti. Le riparazioni idrauliche più urgenti, che richiedono attrezzature particolari, sono state eseguite grazie al parroco della chiesa adiacente al campo, che ha pagato personalmente un operaio privato. Per il resto abbiamo visto gli abitanti del campo aprire tombini per sbloccarli con mezzi di fortuna.

Si dice che i container siano antincendio, ma Lilli e Sasha sono morti asfissiati dai gas prodotti dalla combustione delle vernici isolanti e a causa delle lamiere che si sono ripiegate su se stesse rendendo impraticabile ogni via di uscita.

Al funerale erano presenti rappresentanti delle istituzioni, il sindaco Veltroni assicurò aiuti immediati alle famiglie e il Presidente della Repubblica inviò una corona di fiori, in quanto l’eroico tentativo di Sasha, morto per salvare la giovane moglie, l’aveva commosso. Spenti i riflettori però la situazione è caduta nel silenzio e a tre mesi dalla tragedia la famiglia di Sasha è ancora senza casa.

Il Comune ha preparato gli impianti e le basi in muratura per la posa di un container, poi invece è stata portata una roulotte in cui dovrebbero vivere i cinque componenti dalla famiglia vittime dell’incendio. La roulotte conteneva mobili e vestiti come se qualcuno l’avesse abitata fino a pochi giorni prima. Il personale addetto alla consegna ha esplicitamente chiesto alla famiglia di essere contattato nel caso fossero ritrovati dei documenti all’interno dell’abitacolo…

Lo stesso giorno era stato sgomberato il campo rom di villa Troili, quarto campo raso al suolo in pochi giorni dalle ruspe del comune di Roma.

Esseri umani, adulti e bambini, continuano a vivere in container e baracche, a via dei Gordiani e altrove.

Tutto ciò ci rattrista e ci fa indignare. Vorremmo che le realtà democratiche uscissero dal silenzio e dall’indifferenza. Vorremmo che i mezzi di informazione raccontassero come sono costrette a vivere migliaia di persone a Roma nel 2007.

Lo dobbiamo a Sasa e Lilli, ragazzi che rimarranno per sempre nei nostri cuori.

Sebastiano Spinella e Christian Picucci

Foto: Maria Teresa Bovino

Rom Sinti@Politica

Repubblica.it

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